LA P I A Z Z A Il luogo proprio della comunità, emblematico della vita pescolana: cuore e pancia della comunità. Palcoscenico di ogni rappresentazione, di tutte le feste, di tutte le “processioni”. Teatro di tante vicende, di confronti e scontri: storie dimenticate, che nessuno più racconta. E' l'esempio più rappresentativo della continuità di quella tradizione portata avanti nel tempo da quel nutrito gruppo di maestri impegnato nell'attività di fabbricatori, scarpellini, marmorari, intagliatori di legno, pinciari, ferrari, falegnami, stagnari, ecc., che seppero esprimere la loro viva operosità documentata dalle qualità formali che ancora rappresentano il punto di forza di questa “città d'arte”, che dalle pendici del monte Calvario – fiera - rimira la bellezza dei “Quarti”. Le case che vi si affacciano e quelle sulle strade adiacenti un tempo erano tutte abitate. Tante famiglie, tanti ragazzi e ragazze. Per la maggior parte ora sono vuote, solo in alcuni periodi dell'anno abitate. A sera le luci non traspaiono dai vetri, sono spente. Ma non è triste la Piazza. Fuori dai periodi di forte frequentazione turistica magari nel tardo autunno, quando i locali alle otto di sera hanno già chiuso le porte e si sente solo il borbottio dell'acqua della fontana che accompagna le ore ( e di notte il sonno), allora sì un po' malinconica appare. Un'atmosfera immobile, misteriosa che comunque affascina. Quasi metafisica appare la dimensione teatrale della scena, con gli elementi laterali che fanno da quinta. Prima di andare a letto mi affaccio sempre dietro i vetri della finestra (abito in un antico palazzo privato che fronteggia l'ex monastero ) e la osservo: silenziosa, vuota, illuminata, l'ombra della fontana a terra sui selci, con la luna ( a volte) alta sul palazzo Fanzago. Un grande palcoscenico che sembra attendere il narratore, cosicché la storia incredibile di questa piccola comunità piano piano si racconti. E' bella la nostra piazza. I palazzi pubblici e privati che l'abbracciano disegnandone la forma, pressoché triangolare, l'artistica fontana al centro della pavimentazione in selci scuri, suddivisi in settori da file di lastroni in pietra bianca, le donano fascino, eleganza, dignità. E resti lì, con la testa all'insù, a rimirarla, a girarti intorno. Attrattiva, come donna che conserva il suo charme nonostante gli anni e le vicissitudini. Su di essa prospettano su un lato alcune case palazziate, sul secondo la Casa comunale con a fronte il palazzo del Governatore (ambedue del sec.XVI), e sul terzo la secentesca facciata dell'ex monastero di Santa Scolastica (costruito per ospitare monache clarisse) allineato alla trecentesca chiesa di San Nicola ( tra le più antiche del paese, impianto del XII secolo e facciata settecentesca) al limite dello spazio che dà sul largo Porta di Berardo, dove si erge il palazzetto Schieda, famiglia pescolana ma di provenienza lombarda, (ora prop. Di Pasquale) con bel portale lapideo ad arco depresso di epoca aragonese. Giuliano Di Bernardo ne fu probabilmente l'autore (questo portale è prossimo a quello eseguito da tale Mastro Pietro da Como nel 1448 per il Palazzo Tabassi in Sulmona). Della famiglia Schieda si ricorda che Romano Schieda fu procuratore insieme al dott. Gio. Donato Manso del secentesco monastero delle benedettine (progetto giovanile 1626 del bergamasco Cosimo Fanzago), opera finnziata dall'Università e sostenuta anche da nobili famiglie locali e con altri fondi dall'Abate di Montecassino. Tali fabbricati rappresentano la complessa storia di Pescocostanzo, esemplata dalla casa comunale che, con scala esterna, riprende le forme della casa con il “vignale”, nonché dal citato convento, di cui rimane soltanto la facciata principale, arricchita da sei grandi nicchie (finte finestre) e dalle mensole ligne in forma di draghi alati che sorreggono lo sporto di gronda. Costruzioni che svolgono una funzione rappresentativa e di arredo urbano e compendiano la singolare temperie culturale, artistica e politica vissuta da questa comunità, nonché l'eccezionale momento urbanistico che si registrò tra l'inizio del Cinquecento e la fine del Settecento. Merito alle botteghe locali e alla loro operosità. In rapporto con scuole e maestri di altri centri culturali i nostri maestri, infatti, seppero rielaborare stimoli e suggerimenti artistici innovando il gusto e la qualità dell'immagine della loro cittadina. “””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””””” Continuo ad immaginare un viaggio all'indietro, tornare nel passato a Pescocostanzo, negli anni in cui si realizzavano grandi opere ed erano presenti in loco importanti artisti qui giunti dalle regioni del nord, da Napoli, Roma e da altri centri. Ritrovarmi proprio sulla piazza, mentre si stava costruendo il monastero delle benedettine. Immagino un cantiere nel pieno dell'attività, affollato di maestranze locali e forestiere impegnate nei diversi settori della fabbrica. Il grande Cosimo Fanzago chiamato (era a Napoli) per il progetto dell'opera e la direzione dei lavori, che controlla la rispondenza ai suoi disegni delle sei grandi nicchie barocche che si stanno murando. La clausura che le monache avrebbero dovuto osservare, impediva l'apertura di finestre sul prospetto principale. Geniale ed unica l'idea dell'architetto-scultore di realizzare finte finestre (le nicchie) onde movimentere ed arricchire la facciata principale del convento. Più in là Palmerio Grasso, ebanista e scultore della vicina Rivisondoli, realizzatore delle mensole lignee in forma di draghi per lo sporto di gronda, che discute animatamente con quel geniaccio di Norberto Cicco, pescolano, autore dei disegni delle mensole stesse, ma anche di quelli per il gran cancello in ferro battuto forgiato da Sante Di Rocco per la Cappella del Sacramento, in Santa Maria del Colle. E non solo... Un viaggio all'indietro nel tempo, con la fantasia, si può fare. (Testo e foto di Luigi7)

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