Un “pelo di neve fresca sulle cime.
*
Quando piove le case sembrano più vecchie.
I muri s’impregnano d’acqua,
 i colori si fanno più scuri.
L’ambiente si fa malinconico e il buio scende più in fretta.
Case con anima di pietra,
sono qui da secoli ed hanno fronteggiato ogni tempo.
Ristrutturate, trasformate, riarredate,
 molte vendute a persone che
 (esse, le case)
non avevano mai conosciute,
tutte nascondono, sotto i nuovi intonaci,
l’anima di chi nei secoli le ha abitate:
 nobili famiglie, ricchi allevatori e povera gente.
In vico delle Carceri, dove sono nato,
ricordo vi abitava, al primo piano della casa a sinistra con il vignale,
 la signora Clotilde (dolce vecchina)
e il marito Romolo (piccolo e magro con una espressione severa),
al secondo piano invece c’era il maestro intagliatore Armando
 con la sua famiglia.
Di fronte, al primo piano dell’altra casa con vignale,
abitava la signorina Ines  d Cucu’
( il padre aveva fatto l’orologiaio) ,
 che mal si muoveva.
Quando, causa neve, non poteva uscir di casa
mia madre mi mandava da lei
a chiederle se avesse bisogno di qualcosa.
Alla casetta in fondo alla strada
 hanno abitato diverse famiglie pescolane.
 Sotto c’era la stalla con gli animali,
 come in tante altre case.
Sull’altro lato della strada
c’era la cantina ed il negozietto di Romolo e della moglie "la Madnnella"
( così detta perché era piccolina e graziosa),
dove da ragazzo andavo a comprare 50gr. di conserva nella carta oleata,
che strada facendo assaggiavo con il dito.
In vico delle carceri,
 tante altre famiglie numerose, tanti ragazzi e ragazze.
Tutte le case del paese erano abitate
 anche le più vecchie e le più piccole.
Tutte le strade erano piene di case abitate:
di bambini, ragazzi, ragazze, di giovani, di uomini e donne
 e di persone anziane con una vita da raccontare.
Ora tante strade sono solitarie, tante case mute.
Gente che non c’è più.
 Non c’è luce alle finestre di sera.
 Eppure comunicano.
 Raccontano.
*
Il non veder uscire più da tante abitazioni del centro
gli antichi proprietari
o i loro figli o i loro nipoti,
fa capire come il tempo, i problemi della gente e i soldi
 mutano cose e case,
 persone, abitudini e rapporti.
Eppure, noi continuiamo ad indicare le case e i palazzi
con il nome delle vecchie famiglie,
degli antichi proprietari:
la casa d Pantanej, i pualazz d Ricciardell,
i pualazz Culecchia, la casa D’Amata, la casa d Carl Trozz,
 la casa d Zcnitt, j’alberg di Vit ,...
Una traccia ancora rimane nella memoria del paese.
Ma come sarà tra dieci anni,  cosa sarà?
*
Alcune settimane fa il bosco appariva come un campo di battaglia.
Grandi faggi, carichi di foglie, a terra.
 Schiantati dal sovraccarico di quella prima neve.
 Alti, forti, robusti - eppur fragili - erano crollati.
 Giganti caduti con fragore, frantumatisi in mille pezzi.
Ovunque grossi rami strappati dai tronchi.
Il bosco magico, arcano.
Se ne  continua a parlare
ma le vetuste piante continuano a cadere.
Vaga ogni idea.
Non s’ode nessuno.
“Il profumo d’aria umida,
t’impregnava gli indumenti, il corpo.
Intorno autunno selvatico”.
Dove finiranno quei tronchi?
Ad ingrossare le solite cataste di legna
(motoseghe bracconiere)
o ad alimentare il sacro fuoco di Sant’Antonio?
**
Guardo il tempo.
Senza filosofare.
Anche le vacche al pascolo guardano il tempo.
La testa alta, senza ruminare, sembrano meditare.
Forse ripensano a primavera, alle mille fioriture,
all’erba fresca che profumava di cipollina,
quando - spensierate - lasciavano la stalla avanzando verso i prati verdi
quasi andassero in scampagnata.

(L7)


 

                                    

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