albero antico


Marzo
è cosi.
Beffardo, nervoso, improvviso.
 A volte dolce.  Altre no.
Un mattino ti sorride e t’illumina con un cielo azzurro e lucente
che pare uno specchio sul mare.
Un pomeriggio ti arruffa i pensieri, con nuvole basse come nebbia.
Ti scombussola lo stomaco.
Manco ti fossi preso una sbornia.
E la testa.
La testa… si dovrebbe raschiare
come la cotica del maiale quando si pela…
Poi torna la neve,
quando al bivio per Pacentro sono già fioriti i mandorli.
E di lì a poco la neve si fracida e inumidisce le strade,
le case, i piedi della gente.
Marzo è così.
Come una donna dolce, suadente a volte, e poi no.
D’un tratto irascibile, rimbambita, un po’ svuotata.
Che non fa, ma c’è.
Marzo.
Come uomo allegro, vivace,
energico, irritabile.
Che d’un tratto,
incazzato, non riconosci.
Che alterna tenerezza a momenti di rabbia,
e se ne sta sbattuto in un posto fottuto.
Senza fare.
Il tempo di Marzo è il nostro tempo.
Mattini effervescenti e pomeriggi sonnolenti.
Serate scoglionate.
E notti in cui cerchi di costruire un sogno come vorresti.
E quel sogno non viene.
Tempo in cui non sai come, e cosa arriverà.
Un mese
forte e dolce.
Aspro e tenero.
Marzo
t’accarezza il viso.
A volte sono schiaffi.
Ti fa vibrare, come su una pista da ballo.
Un tango della vita.
Ballalo!
Che poi finisce tutto in un caschè.
Un tacco troppo alto, troppo sottile, che si spezza:
una mossa sbagliata.
Un interstizio tra i selci.
Getta uno sguardo all’indietro, togli per un attimo il cappello.
Libera i capelli.
Il vento di Marzo li fa agitare come onde:
fili di
luna o unghie di petali di fiore nero intenso.
Tra i vetri della finestra,
al riverbero della fiamma del camino, osservo il buio.
Come una voce da lontano:
girati!
Un richiamo ovattato tra i muri delle case.
Ti giri.
Ma che ti giri?
Non c’è nessuno.
E se è, non ce l’ha con te.
Il richiamo della notte.
Marzo.
Bello infine, capace d’improvvisare.
E reca con sé …
Primavera.

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