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Natale con il baccalà

La bellezza è nell’aria.
Sui prati non c’è neve e pascolano ancora vacche e cavalli.
Le masserie allineate sotto la montagna.
E’ bello il paesaggio, pulito.
Le strade illuminate alla sera da pendule luci.
In piazza un grande albero.
Presenza apparente.
Il silenzio è solo.
Eccolo!
Sta arrivando…
E’ qui anche quest’anno.
Con i soliti riti, la voglia di fare, i desideri, i pensieri.
  La pubblicità televisiva che martella ad ogni ora, di continuo.
 Le interviste cretine ai passanti
 per le strade delle città, per sapere che regali farà e quanto
 spenderà la gente.
Non vanno mai nei paesi sperduti a porre le stesse domande.
 Qualcuno forse potrebbe suggerir loro di andare…al paese vicino.
Molti quest’anno festeggeranno
il
Natale con il baccalà.
Magari dopo un piatto di linguine con le alici.
Rispetteranno la tradizione e saranno ancora fortunati,
con i tempi ristretti che corrono, i Forconi in giro,
 i soldi che mancano in tante famiglie,
i figli che non trovano lavoro, ecc. ecc...
Il capitone?
Con questi prezzi chi può comprarlo?
 Ma poi, a dire la verità, a me nemmeno piace.
Mi fa senso, sembra un serpente non un pesce.
 Viscido, grasso, polposo…non so a chi somiglia…
*
Il Natale d’allora…!
 Di quando?
Di quando
Berta filava di notte la lana, e non dormiva.
E il marito doveva portare le vacche all’abbeverata
e poi tornare alla stalla per far cadere dalla botola del pagliaio
 
‘na mannella de fiennella mangiatoia per farle mangiare.
Ogni cosa all’ora giusta.
La vita rurale scandita dalle necessità degli animali.
Bisognava tenerle da conto le bestie,
 perché da loro dipendeva la sopravvivenza di tante famiglie.
Tutto iniziava dall’
Immacolata
 quando si cominciava ad udire il primo suono delle
 zampogne
 e sotto i camini ardevano ciocchi di faggio
 messi da parte a seccare durante l’estate.
Il suono delle campane,
 le funzioni serali annunciavano,
 in un’atmosfera di serenità, l’avvicinarsi del
Natale.
Era dolce la sera della vigilia.
 Le famiglie (un tempo patriarcali)
 si riunivano tutte:
 nonni e nipoti,
zie non sposate e qualche vicina di casa, sola.
 Con quel poco che c’era,
 non mancava nulla e la gente
adusa alle privazioni si contentava, ed era felice quanto bastava.
Le mamme riuscivano a far
belloil Natalecon poche cose, semplici e buone.
Il tegame che gorgogliava a fuoco lento sulla stufa,
 il profumo del sugo che cuoceva,  
 il cavolfiore soffritto….
fichi secchi, noci, pizze fritte.
 Una ricetta di semplicità.
In quelle occasioni si raccontavano fatiche e attimi di gioia.
Si ricordavano anche i parenti emigrati lontano, in cerca di fortuna.
Io
avevo un cugino in Canada
 che puntualmente scriveva un biglietto d’auguri a mio padre
 con dentro un
dollaro canadese(valeva più o meno 500 lire), e diceva:
caro zio Gaetano ti ci fai un bicchiere alla mia salute!
Poi dopo tanti anni tornò per un breve soggiorno a Pesco.
 Rimase sbalordito, turbato
 per come trovò cambiato (in meglio) il paese
 e nel vedere come  tanti della sua età
 (quelli che erano rimasti)
avessero mutato il loro stato e le loro condizioni di vita.
 Se ne tornò in Canada mio cugino.
 E da allora non scrisse più gli auguri a mio padre
 e non gli mandò più il
dollaro canadese.
 Aveva capito che il suo paese non era più quello
 che aveva lasciato tanti anni prima e che con quel dollaro
 non ci si prendeva più neanche un caffè.
Ripensando a quei tempi
(senza fare piagnistei)
 credo che quelli che hanno vissuto la propria infanzia
 o la loro gioventù allora avvertano oggi un po’ di nostalgia.
*
Sedersi riuniti intorno ad una tavola imbandita tutti,
 con - al capo tavola - il proprio genitore,
 e la mamma intorno affaccendata
 per far contenta la famiglia con la sua ricetta di felicità.
Questo che vorrei augurare.
Una
festività semplice, vera.
Di parole sincere, di speranza.  
Proprio come quelle feste contadine di tanti anni fa
 che oramai a ricordarle rischi di essere preso per il culo.
Abbiamo rimosso i momenti più difficili,
 gli anni di povertà, il lavoro duro dei padri e delle mamme.
Nessuno vuole più rinunciare a niente.
Come diceva quel vecchio:
 “alle comodità si fa presto ad abituarsi,
 ma tornare al meno, ad una vita di miseria non si abitua più nessuno…”

Ha voglia
Papa Francesco a raccomandare,
 anche ai preti, un modesto stile di vita!
Si predica bene e si razzola male!
Chi scialacqua e chi pena.
Bisogna riavviare la ruota.
Ricominciare daccapo.
Le favole non se le bevono più nemmeno i bambini.
*
Ma nel Natale c’è sempre qualcosa di magico, di emozionale
 frutto della bellezza della festa,
 dell’anima di una casa (anche se povera),
 di una stella che brilla più forte.
La notte della vigilia, dentro ognuno si ricrea la magica alchimia
avvenuta nella notte dei tempi.
*
A te caro amico, che sei solo con i tuoi ricordi
e vivi altre preoccupazioni,
sebbene sorretto dall’amore dei tuoi figli,
rivolgo un pensiero e dico:
la notte di
Natale guarda in alto, mira le stelle (se ci saranno) e vedrai
che una di loro brillerà di più.
Quella è la tua stella in cielo, che ti segue e non ti lascia mai.
Allora, non mollare.
I miracoli succedono a Natale

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