Maria dietro la finestra

Maria dietro la finestra

Maria, dietro la finestra, guarda e pensa.
I giardini imbiancati…
ancora inverno a primavera.
Quand’era ragazza,
Maria  correva sui campi,
a cogliere le viole che punteggiavano l’erba
a primavera.
E il sapore delle “ciammarecott’ ’” al caffè.
Maria ricorda…
*
Aprile:
e’ bello alzare gli occhi al cielo di sera
quando brilla di stelle.
Lontane, irraggiungibili come sogni.
Sono lì e le osservi,

quasi a ricordarti che di sogni ne  puoi fare all’infinito,
tanto non costano nulla.
Rilassati.
Lo spirito dell’inverno se ne va. 
*
 
In luoghi come questo
 la forza dell’antico dà il valore alle cose.
E lo sguardo se ne riempie. 
 Quale sentimento ci lega al passato?

Questo luogo!
 Come se vivesse di vita propria.
Chi capita per caso ne viene attratto.
 Un luogo che ti prende per culo una vita
se non riesci ad entrarci in sintonia.
A battere il suo tempo.

Quanti se ne sono dovuti andare!
E non è che quelli rimasti siano i migliori.
Il luogo dei padri, dei nonni, delle mamme;
 dalla forte e tenera maestosità, di valore esemplare,
 dove uno sguardo non è mai fugace e reclama altri occhi.
* 
 Il tempo non scorre in ogni posto allo stesso modo.
 Scorre a modo suo,
scegliendosi sempre un posto nuovo ed un tempo nuovo.
 I  ritmi quotidiani della gente
fanno battere il tempo che vuole.
Secondo quel che ti passa per la testa,
quando t’alzi al mattino e poggi i piedi a terra,
o come vanno le cose… il tempo cambia ritmo.
Da come hai dormito, cosa hai sognato
 ti batte in testa e dentro.
 Se hai risolto i tuoi problemi di base,
 forse il tempo è meno frettoloso,
 meno pressante,
 più noioso.
 Ogni tempo è vissuto, plasmato,
amato, bestemmiato
dalle storie che racconta.

I misteri del tempo.
*
 I paraculi
hanno il tempo contato.

*

 Comandassi io farei apparecchiare un’unica grande tavola,
 farei suonare la campana a mezzogiorno,
 perché tutti mangiassero insieme le stesse cose, senza tante storie.
Pasta e patate per tutti.
*
Un piccione va a spasso per la piazza.
Pomposo, altezzoso. Si dondola  su quelle gambette sottili,
che pare debbano spezzarsi da un momento all’altro.
Come una donna maestosa su alti tacchi a spillo.
Scuote la testa a scatti.
Si guarda intorno.
 Donna vanitosa che osserva se viene osservata.
I piccioni tubano.
 Distratto a volte, passo in piazza, e sento:
“Luj” “Luj”.
Qualcuno mi chiama.
Mi giro, nessuno.
 Appollaiati sotto le mensole dei tetti o negli incavi delle finestre
sono loro che fanno il verso.
Smerdano tutto ‘sti piccioni,
 e poi fanno tanto i nobili!
Girolamo racconta quando
 - ragazzo -
se li mangiavano i piccioni ed erano tosti.
 E conclude:
” Era la fame!”

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