Hotel Vallefura a Pescocostanzo
English French German Italian Japanese
Le storie del Natale nelle tradizioni del passato PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 13
ScarsoOttimo 

Su

tuttoAbruzzo.it - LA RIVISTA

I l n u o v o g i o r n a l e d e l t e r r i t o r i o

Anno 3 Numero 38

eventi e cultura pag. 22

www.tuttoabruzzo.it

Leggi

Dicembre 2010

di Luigi Sette

 

Le storie del Natale

nelle tradizioni del passato

www.tuttoabruzzo.it/images/stories/000/redazione/38-tuttoabruzzo.pdf
 C’era un castello fantastico in un piccolo borgo di montagna,
dove il barone gozzovigliava con lauti pasti innaffiati davino di Puglia…
il popolo fuori affamato, penava e aspettava
Natale…
No. Che storia sarebbe per Natale?
Natale è la festa più dolce e più carica di nostalgia.
Tornano i ricordi di
quand’eri bambino.
Le letterine sotto il piatto di minestra
di papà
in cui promettevi di essere più buono.
E Lui che
faceva finta di non vedere:
e tu che miravi il piatto perché
se ne accorgesse,
desideroso che il Natale rendesse vero
un piccolo desiderio.
Ma i tempi erano quelli che erano e
cinque o dieci lire,
comunque, rappresentavano un buon
regalo.
Si, i ricordi emergono a Natale insieme a figure familiari e
personaggi stravaganti svaniti - tra un bicchiere e
l’altro -
nel corso delle stagioni…
Momenti d’inverno, caldi.
Tenera atmosfera e piccole cose.
Le vette dei monti ricolme di
neve a Natale.
Ed era già tempo di pelare il porco, farne salsicce.
La neve calda copriva i semi nei campi,
i pensieri, i guai della
gente.
E la famiglia cresceva numerosa…
Un camino acceso o
una vecchia stufa di ghisa.
L’odore della legna che brucia, e una
pentola che borbotta.
Una vecchia credenza dipinta, colorata
da cocci di creta,
ripiena di farina, pasta, buste di fagioli.
Il cibo:
prezioso, essenziale, odori e sapori autentici.
La notte e il tempo, nel buio della semplicità.
Una camera, un
letto, arredi essenziali.
Com’erano belle le case di un tempo, che i bambini
arricchivano
d i gioia e sorrisi, in libertà.
Case in cui si rifugiava il tempo e si depositava il colore.
Fatte
per invecchiare con l’uomo,
dove aleggiavano le anime che le
avevano abitate.
Tranquille masserie di campagna, seminate nel
verde
e nel bianco, legate alla memoria dei nonni e
alla storia
del luogo. Mai tristi, mai squallide dimore.
O case del centro,
l’una all’altra strette, come in un abbraccio,
per proteggersi e
ripararsi dal freddo, ricche di fascino,
misteriose di notte.
Fino a quando saremo in grado di conservarne memoria?
L’Avvento era alle porte.
Il vento di Natale calava già dai monti.
Portava la neve.
La natura indossava l’abito da sposa.
Sulle cime
intorno al paese neanche più i lupi transitavano.
Scendevano in
basso, in cerca di ovili, per portare via
qualche pecora ai pastori.
Anche per loro s’avvicinavano le feste e Betlemme
non era da
queste parti.
Gli orsi se ne stavano rintanati nelle grotte e se
la
dormivano con gusto.
A primavera sarebbero tornati affamati,
desiderosi di miele biondo.
Le donne in casa cominciavano a
pensare a come
preparare la tradizione.
Nel periodo delle vacche
magre non era cosa semplice
per le famiglie povere.
La cena
della vigilia, che i ricchi facevano a base
di pesce, per chi non
poteva era a base di baccalà.
Avevi voglia a farlo fritto, al sugo
o in umido,
sempre baccalà era, ma magari ad avercelo
un bel
pezzo o rimediare una trota di giusta misura
per accontentare la
famigliola…
Periodo preparatorio al Natale era la novena,
e
arrivavano gli zampognari.
Una spifferata ogni sera, all’imbrunire, ne annunciava
l’ingresso
nell’atrio delle case e dei palazzi.
Le donne e i bambini
( gli
uomini non c’erano, stavano nelle stalle a governare
gli animali e
a mungere le vacche) si riunivano
davanti al camino acceso dove,
sopra alla cornice,
era posta un’immagine del Natale.
Suonavano
gli zampognari e gonfiavano la zampogna,
che schiacciavano
sotto l’ascella per farne uscire il suono.
Come se parlasse la
zampogna o che si lamentasse.
Poi, la novena finiva; e il giorno prima il capo-zampognaro
diceva:” Signo’ deman è l’ultma”. Intendeva, lo zampognaro,
che
il giorno dopo bisognava pagare per tutte le suonate.
Regalato
un ramoscello di lauro alla padrona di casa
(che lo avrebbe
usato per insaporire un pezzo di fegato
di maiale, avvolto nella
” rizza” e cucinato in una vecchia
padella annerita), questi
personaggi andavano via,
mentre la neve copriva le orme
dei “chiochiarj”.
Una volta  la faceva la neve, e non c’erano gli
spazzaneve.
La sera intorno al fuoco, una vecchia tombola con i
fagioli:
si raccontavano le storie e si recitava il rosario.
Nei paesi
era tradizione accendere il ceppo che rimaneva
nel camino
ed ardeva sino a Capodanno.
Il ceppo rappresentava la
vita, l’immagine del sole, e
il lento consumarsi del ceppo
voleva significare anche
la fine di un anno con tutto ciò che
di male aveva portato.
Cosi si arrivava a Capodanno.
E poi
veniva la Befana.
Una vecchia calza lavata s’appendeva al camino.
Qualcuno di casa (la mamma, o la sorella più grande) a
tarda
sera toglieva quelle poche cose
(mandarini, fichi secchi, qualche
piccolo torrone,
caramelle colorate) che nel corso delle feste si
erano
appese all’albero e riempivano le calze, avendo attenzione
a mettere qualche pezzo di carbone vero in quelle dei
bimbi più
cattivi.
Al mattino di corsa a tirar giù le calze… e, mentre le feste
finivano, era ancora festa! E tutti erano contenti.
Eccolo il Natale d’altri tempi tra le montagne d’Abruzzo.
Siamo entrati nel periodo dell’Avvento e sarà Natale anche
quest’anno.
La festa rimane, piena di regali, questa oramai è
la tradizione.
Stereotipi nuovi, modelli di vita, comportamenti.
Natale di consumi. E bisogna consumare.
Il mondo fuori, con
ansie non risolte e ricchezze che non appagano.
Sottosopra.
Quante cose sono cambiate.
I padroni di un tempo hanno
cambiato faccia e dimora.
Case moderne, disegno d’architetti;
volumi e forme sofisticate,
spesso senza senso.
Oggetti privi di
autenticità.
O vecchie, resuscitate da
costosi restauri, mutate nello spirito
della
originaria destinazione, che i mastri di un tempo
gli avevano dato.
Vorrei abitare
una vecchia masseria con una grande
finestra sul bosco. Guardare le foglie che cambiano colore,
i prati che fioriscono a
primavera e le vacche che pascolano
tra i cardi.
Amerei una vecchia
casa in paese, con un balcone che
incornicia uno scorcio di
strada, una facciata di chiesa
o un antico palazzo.
E dietro
- all’orizzonte - le cime dei monti e gli alberi
imbiancati
di neve, teneri come capelli di donna
che t’è vissuta
accanto una vita, ogni giorno,
con un sogno
ancora sognato.
Natale è comunque la vita che nasce,
è la speranza che
torna.

 

Commenti
Nuovo Cerca
HELEN CARBONARO  - CONSERVARE LA MEMORIA   |214.1.248.xxx |2011-01-11 08:51:26
Sfogliando una rivista di case antiche, c'era un articolo di una casa museo, con
delle fotografie. Mi sembra un modo per proporre e conservare il passato, ma in
maniera visiva. Le cucine di una volta, le pentole, la camera da letto. Il
turista visitando la casa riesce a capire come vivevano i Pescolani del passato,
le loro abitudini, le loro tradizioni, la loro poverta'. Se vi interessa ho
conservato la rivista.
Amministratore  - Contributo   |85.20.244.xxx |2011-01-11 09:18:54
Certo,
rimaniamo in attesa di un eventuale scansione ed invio a
info@pesconline.it
Saluti
Alfredo D'Eramo
Commenta
Nome:
Email:
 
Website:
Titolo:
UBBCode:
[b] [i] [u] [url] [quote] [code] [img] 
 
 
:D:):(:0:shock::confused:8):lol::x:P:oops::cry:
:evil::twisted::roll::wink::!::?::idea::arrow:
 

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 
< Prec.   Pros. >
RocketTheme Joomla Templates